Sponsor? No, mecenatidi Pier Luigi Bassignana Se il nome dell'aretino Mecenate fosse rimasto legato soltanto ai servigi, che pure furono notevoli, resi a Ottaviano Augusto, ormai sarebbe stato dimenticato da tempo, trovando posto soltanto in qualche polveroso e puntiglioso manuale di storia. Se, invece, il suo nome è giunto sino a noi diventando sinonimo di protettore delle arti, non è per aver egli saputo mantenere l’ordine in Roma durante la guerra con Pompeo o per aver sventato la congiura del giovane Lepido; ma per aver raccolto attorno a sé – e per averne finanziato l’attività – un cenacolo di poeti che comprendeva, fra gli altri, un personaggio che si chiamava Virgilio e un altro che rispondeva al nome di Orazio. E c’è da chiedersi se Orazio e Virgilio sarebbero diventati i grandi autori che conosciamo senza l’appoggio economico del loro estimatore Mecenate. Nel comportarsi in questo modo, Mecenate impiegava una parte del suo cospicuo patrimonio in un’attività che rispondeva certamente alle sue inclinazioni, al suo amore per la poesia, ma che altrettanto certamente non gli procurava alcun ritorno economico. Un’operazione totalmente disinteressata, dunque? Non proprio. Oltre all’indubbio piacere di sentirsi protagonista della vita culturale del suo tempo – una vita particolarmente intensa e raffinata – Mecenate doveva provare anche l’ebbrezza del demiurgo che vede prendere forma compiuta all’argilla che ha plasmato con le sue mani. E così è stato per tutti gli altri “mecenati” che si sono succeduti nel corso dei secoli; il loro amore per l’arte non è stato mai completamente disinteressato. Non lo fu per Lorenzo de Medici, il cui nome, se non fosse legato alla fama degli artisti che fece lavorare, probabilmente non comparirebbe neppure nei trattati di storia economica, dove invece grandeggia quello del suo antenato Cosimo. E Sigismondo Pandolfo Malatesta non incaricò certamente Leon Battista Alberti di costruire il Tempio di Rimini perché spinto da amore per l'arte o da fervore religioso; ma perché ben consapevole di come l'opera d’arte poteva riverberare la fama dell’artista che l’aveva realizzata sulla figura di colui che l’aveva commissionata. Fama di cui Sigismondo Pandolfo aveva assoluta necessità dal momento che da essa dipendevano le sue fortune di condottiero al soldo delle grandi potenze. Tutto questo per dire come sia artificiosa, e quindi fuorviante, la distinzione fra il mecenate, che impegnerebbe proprie risorse unicamente perché mosso dal sacro fuoco dell’arte, e lo sponsor che invece farebbe la stessa cosa mosso dall’ansia del ritorno d’immagine, se non anche da un diretto ritorno economico. Situazione della quale molti artisti, specie se grandi, erano perfettamente consapevoli, al punto da volgerla a proprio vantaggio inducendo, ma in qualche caso anche costringendo, i loro “mecenati” a “sponsorizzarli” in misura proporzionata alle loro straordinarie capacità artistiche: Leonardo e Wagner, per citare due nomi, non sono casi così isolati. Se quindi non ha senso distinguere fra mecenatismo e sponsorizzazione, è però anche vero che, nel tempo, sono cambiati i soggetti e i contenuti. Il mecenate persona fisica, singolo protettore illuminato delle arti, non è scomparso dal panorama, ma accanto a esso compare con frequenza crescente, occupando uno spazio sempre maggiore, quella figura collettiva che è l’impresa; o, usando un’accezione più larga, l’organizzazione a finalità economica, il cui volto è rappresentato dal marchio, o “logo”, con il quale essa si identifica. Dal che discende una importante conseguenza anche sotto il profilo dei contenuti. Per il suo modo stesso di essere, il nuovo mecenate incontrerebbe infatti notevoli difficoltà a promuovere l’attività di singoli artisti. Certo, spesso accade che enti e organizzazioni economiche facciano progettare gli immobili sociali da architetti di grido e poi, una volta costruiti, li abbelliscano con sculture di artisti famosi, arredando uffici e sale di riunioni con quadri, mobili e suppellettili di pregio. Si tratta di un’attività certamente meritoria, che però rientra nel filone del mecenatismo tradizionale; un comportamento analogo a quello del mecenate, o collezionista, concreta persona fisica. In altri termini, si tratta di un’attività puramente privata che il più delle volte rimane anche riservata e sconosciuta. Mentre invece, proprio per il carattere impersonale del soggetto che lo pratica, il mecenatismo dell’ente o dell’organizzazione economica, deve essere pubblico, riconoscibile e possibilmente condiviso dalla collettività entro la quale si manifesta. Come è scritto nel Lessico dei beni culturali: “il mecenatismo delle imprese è [...] caratterizzato principalmente da ragioni di prestigio. Le imprese hanno in tal modo voluto sottolineare la propria sensibilità, il proprio gusto, la propria “nobiltà”. Con il mecenatismo, in sostanza, esse si sono compiaciute e autocelebrate”. Ma “se l’obiettivo è di rendere un effettivo servizio alla collettività, l’ottica deve assolutamente cambiare. Occorre che il mecenatismo testimoni la responsabilità etica e sociale dell’impresa e contribuisca a sviluppare una relazione positiva tra questa e il contesto esterno. Perché ciò avvenga le imprese debbono tralasciare iniziative estemporanee e disparate e diventare protagoniste stabili dell’attività artistica, culturale, ecologica, umanitaria attraverso la realizzazione di un progetto di lungo periodo, fondato su una continuità di valori condivisi. 

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